Non che? Impariamo da IKEA
L’aspetto che più mi colpisce nel dibattito (vedi qui) che sta interessando la riflessione sul non-food nel mondo della grande distribuzione italiana è sicuramente il significato privativo di quel “non”.
Ho trascorso circa tre anni in IKEA Italia come responsabile della comunicazione interna e di questo “non” mai ho sentito parlare.
IKEA si sente e vuole essere un’azienda di arredamento, che concepisce se stessa come tale e non come un distributore. Certamente, la circostanza che il marchio dei prodotti sia proprietario la distingue dalla maggior parte degli altri player, e questo in qualche modo facilita le cose, ma la differenza è, a mio avviso, soprattutto culturale. L’azienda è molto strutturata e dispone di strumenti manageriali evoluti che non risentono del complesso del commerciante, il quale, a volte ancora oggi, si sente in dovere di vendere, vendere e basta, quasi orgoglioso della propria ritrosia ad accogliere logiche di tipo manageriale, per non parlare dei più evoluti sistemi di gestione delle risorse umane, ritenuti colpevoli di sottrarre energie alla vendita, l’unica attività in cui valga veramente la pena di investire.
Uno dei punti di forza di IKEA risiede proprio nella completa estraneità a questa mentalità. La comunicazione esterna non ha nulla da invidiare a quella dei capofila dell’industria e dei servizi, e il marchio gode di altissima reputazione. Inoltre, essendo il punto di vendita stesso un mezzo di comunicazione a tutti gli effetti, anzi il più importante di tutti, la forza dei messaggi non è attenuata, ma anzi convalidata nel momento in cui il cliente prende la decisione più importante, se e che cosa acquistare.
Sul fronte della formazione, della comunicazione interna e, più in generale, dello sviluppo risorse umane, l’idea guida è che le persone siano la fonte principale del vantaggio competitivo, e questo si riflette negli ingenti investimenti volti a garantire un elevato livello di competenze non soltanto tecniche, ma anche comportamentali e manageriali, che assicurano un incontro costruttivo con il cliente e una visione di medio-lungo termine. Non da ultimo, l’identificazione con IKEA e la motivazione, misurate attraverso l’annuale indagine del clima aziendale, sono considerate indicatori di performance a tutti gli effetti, i soli in grado di attivare quotidianamente le energie necessarie a condurre il business in modo efficace.
Probabilmente, alcuni problemi all’ordine del giorno della grande distribuzione non specializzata potrebbero trovare una soluzione se soltanto si riuscisse a fare il salto culturale necessario a eliminare quel “non” privativo, trasformandolo in qualcosa di positivo, in una pluralità di competenze e capacità specifiche nei diversi settori non riconducibili alla categoria del cibo, che, per ampiezza e profondità di assortimento, costituiscono dei veri e propri mondi. Insomma, nel dare un contenuto e una sostanza concreti all’ambizione multispecialista.
Luca Burgazzoli










02.01.2008 alle 5:48 pm
Sono nel settore import-export ortofrutta, dunque commercio internazionale, dagli anni ‘60. Osservo le cooperative dei produttori da quando sono nate nell’Italia del nord e da allora sostengo una tesi che la realtà non ha mai smentito: il produttore deve fare il produttore ottimizzando il prodotto al massimo. Ma poi lo deve affidare al commercio perchè non sarà mai capace di raggiungere capilarmente tanti mercati per tanti prodotti e sottoprodotti che la sua azienda produrrà e perchè non potrà mai sviluppare il senso pionieristico che ci vuole quando si deve conquistare mercati sempre nuovi e sempre più lontani. Forse questa tesi vale solo nel mio settore?
15.01.2010 alle 10:45 am
ciao Luca, mi sto avvicinando alla realtà ikea perchè sto sostenendo una tesi di laurea sulla comunicazione interna aziendale ikea…saresti gentile da inviarmi suggerimenti e spunti di riflessioni su questa realtà che tu conosci in modo decisamente più concreto di me.Ti ringrazio qualora ti andasse di prendere in considerazione questa mia richiesta. Grazie, Martina.