Transparent Factory di Gabriele Qualizza
Gabriele Qualizza, autore di Oltre lo shopping, che avevo letto e condiviso una recensione (qui), ha pubblicato un nuovo libro dove si conferma la sua passione per il luoghi della nostra vita, da quelli che solo superficialmente riduciamo a luoghi di acquisto a quelli dove trascorriamo la maggior parte della nostra vita da svegli.
Trasparent Factory. Quando gli spazi del lavoro fanno comunicazione, FrancoAngeli Editore

In un momento in cui si ha l’impressione e il timore che tutto accada nel cyberspazio, qualcuno si occupa degli spazi fisici, scoprendo come siano proprio i creatori di questo mondo virtuale a sentire il bisogno di costruire luoghi di lavoro sempre più accoglienti e innovativi.
Dall’archeologia industriale, ai musei dell’impresa, la spettacolarizzazione dei luoghi di lavoro ha investito anche quelli tuttora funzionanti, si è passati dal tristanzuolo giro dello stabilimento dove a generare stupore erano gli enormi macchinari, perché nella concezione di allora la Fabbrica o più modestamente il capannone dell’ing. Ivo Perego le dimensioni erano il simbolo della modernità, dello sviluppo economico e della ricchezza, dove una struttura rigida e mastodontica simboleggiava la forza e la concretezza della produzione industriale, alla Factory dove si lavora di concetto, per cui la spettacolarizzazione è tutta nell’architettura, perché cosa ci sarà mai di stupefacente in un ragazzino che programma.
Una tendenza alimentata dal fatto che oggi le sedi, oltre che luoghi fisici sono luoghi virtuali che le Aziende non mancano di illustrare e diffondere via web e riviste.
Il rischio, come non manca di notare l’A., è che si verifichi una disneyficazione di lavoro con la “progressiva rarefazione dei confini con la vita privata e dalla sovrapposizione tra identità personale e identità organizzativa”. Un rischio forte ma che non ha origine solo nell’architettura degli spazi di lavoro. Sarei curioso di studiare la vita quotidiana di qualcuno che lavora da Facebook!
Un altro rischio è che questi sedi che riguardano comunque un elite di lavoratori distolgono l’attenzione dalla complessiva condizione dei lavoratori. Non credo che la Nike profonda gli stessi sforzi per le sue fabbriche in Cina. D’altronte già il Chrysler Building accoglieva gli impiegati, non certi i lavoratori della fabbriche di Detroit.










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